L’antiutopia secondo Orwell e Huxley

di Alfredo Sgarlato – Nel 1516 Tommaso Moro scrisse un libro intitolato “Utopia”, in cui si descriveva una società ideale. Tra i filoni fantascientifici del ‘900 più apprezzati da pubblico e critica c’è invece quello che viene definito antiutopia o distopia, ovvero la descrizione di una società futura orribile e disumanizzata. Questo filone fu coltivato inizialmente soprattutto in Gran Bretagna, perché per un americano l’idea di un futuro peggiore è qualcosa di contro natura. Certamente l’opera più letta e citata è “1984” di George Orwell, mentre si sottovaluta un lavoro altrettanto se non persino più interessante, “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley.

Entrambe le opere hanno intuizioni sorprendenti, ma quella di Huxley appare meno invecchiata; perché? Orwell immagina il futuro come una dittatura di stampo stalinista: è interessante notare che proprio nell’anno 1984 scelto dallo scrittore (semplicemente perché scriveva nel 1948) il comunismo iniziava il suo crollo, ed è per questo che altri due geniali scrittori come Thomas Pynchon e Umberto Eco lo scelgono per ambientarvi loro opere. Molte però sono le intuizioni geniali di Orwell: il predominio di un’ottusa burocrazia, avvenuto nonostante l’egemonia culturale neoliberista; l’uso straniante del linguaggio, quella che Orwell chiama “neolingua”, che funge da lavaggio del cervello, che si può riscontrare nei messaggi pubblicitari; la continua riscrittura della storia, che paradossalmente non viene svolta solo dai vincitori ma anche dai vinti, se pensiamo – in anni recenti – all’infame negazionismo, o alle panzane sul caso Priebke.

Dove Orwell fallisce clamorosamente è nell’immaginare una società futura sessuofoba. La storia è andata in senso diverso, anche se viene spontaneo chiedersi, come fa Michel Houllebecq, se viviamo in un’epoca di liberismo piuttosto che di libertà anche in campo sessuale. In questo il lavoro di Huxley, che pure è scritto precedentemente (1932) è molto più avveniristico di Orwell. Nella sua antiutopia, che si svolge nell’anno 602 dell’era fordiana (ma anche il fordismo è morto col comunismo) la sessualità è totalmente libera, il concepimento in provetta, l’educazione collettiva, i feti manipolati per suddividere l’umanità in cinque caste destinate a lavori diversi. È obbligatorio prendere il “Soma”, uno psicofarmaco che dà la felicità. Forse esagerato, ma non incredibile.

Certo, l’idea che comunica Huxley col suo testo, cioè che in assoluto una società senza dolore sia disumana e non solo i metodi ipotizzati, è piuttosto reazionaria. Eppure proprio un reazionario ha saputo immaginare il futuro. Geniali contraddizioni della mente umana.

NOTA AL TESTO

[** Tratto da «il trend dei desideri: la rubrica Corsara di © Alfredo Sgarlato», novembre 2013 – Diritti riservati]

(effe) – La letteratura accademica internazionale sulle narrazioni utopiche e distopiche è cresciuta negli ultimi decenni in progressione quasi geometrica: e anche questo, a sua volta, sarebbe già in sé un dato piuttosto interessante. Ad ogni modo, tra i contributi disponibili online si segnala al lettore interessato l’approfondito studio, ricco di ulteriori spunti, di Cosimo Di Bari, Tra antiutopia e pedagogia: analisi di modelli e funzioni critiche, «Studi sulla formazione» (Firenze University Press), 2-2012, pp. 13-33.

E vale la pena richiamare anche, per l’epoca attuale, quanto notava la cronista culturale del New York Times, Alexandra Alter, segnalando “The Queue” (ed. Melville House), la traduzione in inglese di un libro della scrittrice, psichiatra e artista visuale egiziana Basma Abdel Aziz (n. 1976): un libro – non ancora tradotto in italiano, detto per inciso – che però ha sollecitato persino “confronti con classici occidentali come 1984 di George Orwell o Il processo di Franz Kafka” e “Rappresenta una nuova onda di narrativa distopica e surrealista scritta da autori del Medio Oriente che si confrontano con il caotico esito e l’acido disincanto nel quale è terminata la Primavera Araba” (l’articolo di Alter – “Middle Eastern Writers Find Refuge in the Dystopian Novel” NYT 29/5/2016 – si può leggere cliccando qui, in spagnolo o in inglese).

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